Gli argenti della collezione museale provengono principalmente dal tesoro liturgico della cattedrale, formatosi tra il Seicento e Settecento.


Le opere, di cui fanno bella mostra le ampie vetrine, spaziano da preziosi vasi sacri (calici e pissidi), alla variegata suppellettile ecclesiastica in argento (cartegloria, reliquiari, secchielli e  aspersori per acqua benedetta, cucchiaini per incenso, corredi di statue) e alle pregevoli insegne vescovili (pastorale, mitria, anello, croce pettorale, piviale e palmatoria).

I beni attestano il ruolo degli Arcivescovi idruntini quali committenti di interessanti opere d’arte. La maggior parte delle opere sono pregevoli lavori di bottega facenti capo a rinomati maestri argentieri attivi a Napoli tra il Seicento e l’Ottocento.

I loro manufatti, direttamente o indirettamente, influenzarono la produzione dell’intero Regno partenopeo.
A queste opere, tra i cui motivi decorativi si inseriscono gli stemmi vescovili, i presuli idruntini legarono il ricordo del loro fecondo episcopato. Tra gli argenti, meritevole di attenzione è il pregevole tronetto per esposizione eucaristica, su cui veniva posizionato l’ostensorio con il Santissimo Sacramento durante le solenni celebrazioni in cattedrale

Il tronetto per l’esposizione eucaristica (1719-1720)

Il manufatto, cuore della liturgia barocca, nasce per innalzare e onorare il mistero dell'Eucaristia nell'adorazione e anche nella pratica delle Quarant’ore.
Il recente restauro ha riportato alla luce l’argento, restituendo all'opera quella funzione di "palcoscenico sacro" capace di guidare la preghiera attraverso lo splendore delle forme.

Il pregevole manufatto, proveniente dalla Cattedrale di Otranto, rappresenta un esempio magistrale dell'oreficeria tardo barocca napoletana.
Realizzato tra il 1719 e il 1720, l’opera nasce per volontà dell’arcivescovo Francesco Maria de Aste, le cui iniziali (F·M·A·S·H) sono incise ai lati della struttura.
Sebbene il presule sia scomparso nel luglio del 1719, il tronetto fu portato a compimento l’anno successivo, come testimoniato dal punzone camerale «NAP/720».
L’opera è firmata dal maestro argentiere Andrea De Blasio, figura di rilievo che operò tra il 1694 e il 1753, rivestendo qui il duplice ruolo di autore e di console della corporazione (fatto confermato dai marchi A·D·B e A/D·B/C).

La struttura, alta complessivamente 150 cm, è composta da lamine d’argento finemente lavorate a sbalzo e a cesello, applicate su un’armatura in legno.
Si articola in due elementi amovibili: un solido basamento decorato con volute e una parte superiore a forma di esedra.

L’apparato decorativo è ricco di riferimenti simbolici e artistici:
Quattro colonne scanalate con capitelli in bronzo sostengono un frontone dove siedono due angeli scultorei. Il design si ispira alle "bizzarre" architetture delle feste e degli apparati effimeri della Napoli del Settecento.
Nel cuore del tronetto, un banco di nuvole e un fascio di raggi circondano la colomba dello Spirito Santo, fulcro visivo dell’esposizione del Santissimo Sacramento.
Dai lati pendono medaglioni ovali che racchiudono grappoli d’uva e fasci di grano, chiari riferimenti al pane e al vino della celebrazione. Completano l'opera festoni e tralci di vite sinuosi.
Menzionato con precisione già nell’inventario del 1812 come un "Baldacchino di argento col suo piedistallo", il tronetto resta oggi una delle testimonianze più significative del legame artistico tra la Puglia e la scuola orafa napoletana.

La croce d’altare (1775)

Centro visivo di ogni celebrazione, la croce rappresenta la sintesi tra sacrificio e gloria. L'intervento di recupero ha permesso di riscoprire i dettagli decorativi e la finezza dell'incisione alla base con Antonio Primaldo, primo martire idruntino, segni della cura e dell'amore che le passate generazioni hanno dedicato ai simboli della propria identità cristiana.

La croce d'altare rappresenta un prezioso esempio di arte sacra del Settecento napoletano.
Destinata all’altare della Cappella dei Martiri, l’opera fu realizzata nel 1775, come indicato sia dall'iscrizione sulla base (A. D. / MDCCLXXV) sia dai punzoni ufficiali, l'opera coincide con l'anno del Giubileo.
L'autore è il rinomato argentiere Filippo Del Giudice (1706-1789), figura di spicco della scuola napoletana che in quell'anno ricopriva anche la carica di Console dell'Arte, garantendo personalmente la qualità e la purezza del metallo utilizzato.

Il manufatto è realizzato in argento finemente lavorato (sbalzato, inciso e fuso) su un’anima in legno.
La sua decorazione è un trionfo di motivi naturali, con foglie di acanto e volute che si rincorrono lungo tutta la struttura.
L'elemento di maggiore interesse storico e devozionale si trova sulla base mistilinea: all'interno di uno scudo coronato è incisa con grande maestria la scena della decapitazione di Antonio Primaldo il 14 agosto 1480.
La figura di Cristo, con il capo reclinato verso destra, è posta al centro di una croce profilata da cornici vegetali. All’incrocio dei bracci si sprigiona una raggiera, simbolo di luce divina, mentre ai piedi della figura sacra si trovano i simboli tradizionali del cartiglio e del teschio di Adamo.
I mosaici furono rinvenuti a pochi centimetri di profondità dalle malte di allettamento del litostrato medievale del presbitero Pantaleone, raffigurante l’Albero della Vita.
Le porzioni musive rinvenute, furono staccate, completamente restaurate e, in parte, oggi esposte nella sala del primo piano del museo, dedicata al lapidarium.
Gli antichi mosaici furono realizzati con tessere policrome in pietra calcarea locale e si caratterizzano per le semplici decorazioni geometriche e i delicati fiori quadripetali stilizzati.

Ostensorio (1719 ante)

Realizzato a Napoli poco prima del 1719 e attribuito al celebre argentiere Andrea De Blasio, questo ostensorio rappresenta un pezzo straordinario per la ricchezza dei dettagli e per l'originalità della sua struttura.
L’ostensorio, oggetto sacro destinato per l’esposizione dell'Eucaristia ai fedeli, si eleva per circa 57 cm in un intreccio di argento dorato sapientemente lavorato.

L'elemento che cattura immediatamente l'attenzione è l'impugnatura: un leone araldico in piedi su un globo. Questa figura non ha solo una valenza decorativa, ma è il simbolo della famiglia dell'Arcivescovo Francesco Maria de Aste, che commissionò l'opera per la Cattedrale di Otranto.
Il leone sembra sollevare con vigore la raggiera superiore, il cuore dell'opera dove veniva inserita l'Ostia. La decorazione è un inno all'Eucaristia, con un fitto intreccio di spighe di grano e grappoli d’uva (simboli del pane e del vino), nonché di piccole teste di angeli alati.
Sui cartigli compare una suggestiva frase latina tratta dalla Bibbia: "Dal divoratore è venuto il cibo, dal forte la dolcezza".
Il testo gioca sul contrasto tra la natura del leone e il suo ruolo in quest'opera: la creatura forte si fa portatrice della dolcezza dell'Eucaristia.

L'opera è realizzata in argento, lavorato con tecniche di fusione e incisione per creare forti contrasti di luce. L'importanza storica dell'oggetto è confermata da un documento del 1812, che lo identificava proprio come "l'ostensorio con l'impresa di Monsignor de Aste", sottolineando il profondo legame tra il committente e l'araldica del leone.
Realizzato a Napoli poco prima del 1719 e attribuito al celebre argentiere Andrea De Blasio, questo ostensorio rappresenta un pezzo straordinario per la ricchezza dei dettagli e per l'originalità della sua struttura.
L’ostensorio, oggetto sacro destinato per l’esposizione dell'Eucaristia ai fedeli, si eleva per circa 57 cm in un intreccio di argento dorato sapientemente lavorato.

L'elemento che cattura immediatamente l'attenzione è l'impugnatura: un leone araldico in piedi su un globo. Questa figura non ha solo una valenza decorativa, ma è il simbolo della famiglia dell'Arcivescovo Francesco Maria de Aste, che commissionò l'opera per la Cattedrale di Otranto.
Il leone sembra sollevare con vigore la raggiera superiore, il cuore dell'opera dove veniva inserita l'Ostia. La decorazione è un inno all'Eucaristia, con un fitto intreccio di spighe di grano e grappoli d’uva (simboli del pane e del vino), nonché di piccole teste di angeli alati.
Sui cartigli compare una suggestiva frase latina tratta dalla Bibbia: "Dal divoratore è venuto il cibo, dal forte la dolcezza".
Il testo gioca sul contrasto tra la natura del leone e il suo ruolo in quest'opera: la creatura forte si fa portatrice della dolcezza dell'Eucaristia.

L'opera è realizzata in argento, lavorato con tecniche di fusione e incisione per creare forti contrasti di luce. L'importanza storica dell'oggetto è confermata da un documento del 1812, che lo identificava proprio come "l'ostensorio con l'impresa di Monsignor de Aste", sottolineando il profondo legame tra il committente e l'araldica del leone.